Con i limiti insiti in qualsiasi attività che voglia configurare il futuro, le previsioni demografiche sono strumento indispensabile sia per guidare le scelte politico-amministrative a medio termine (decidere se costruire o meno una scuola, lanciare un nuovo piano edilizio e così via) sia per orientare le grandi decisioni a lungo termine.
In questo capitolo descriviamo i risultati delle previsioni dell’Istat a base
1/1/2018. Partendo dagli andamenti passati e dalle opinioni di un set di esperti
sugli andamenti futuri, Istat stima la popolazione per sesso ed età delle regioni
e delle province autonome italiane fino al 2066. Mettendo assieme le stime per
le regioni e le provincie autonome del Pentagono (TAA, Veneto, FVG, ER e Lombardia),
consideriamo in modo distinto le ipotesi di dinamica demografica che
stanno alla base delle previsioni e le strutture per età previste al 2030, 2040
e 2050, mettendo anche – per confronto – il dato del 2010 e 2020 (tabella 1).
Confrontiamo anche il Pentagono con la media nazionale. In figura 1, per il solo
Pentagono, riportiamo le strutture per età fra il 2000 e il 2050. Confrontiamo
poi brevemente le previsioni per le diverse regioni e province autonome che
costituiscono il Pentagono (tabella 2).
I principali risultati
L’invecchiamento
Se si verificheranno le ipotesi Istat di moderata crescita della fecondità (da 1,40
del 2020 a 1,62 nel 2050) e di permanenza di saldi migratori positivi (saldo 3,5-
4,5‰ per tutto il trentennio 2020-50), nel Pentagono le popolazioni nelle due
prime classi di età resteranno pressoché stabili, attorno a 3 milioni e 700 mila
unità, Pop0-19 e attorno a 4 milioni e 600 mila Pop20-39.
Diminuirà invece
drasticamente il gruppo degli adulti maturi (Pop40-59), a mano a mano che
i baby boomer saranno invecchiati: da 6 milioni 800 mila del 2020 a 5 milioni
e 400 mila nel 2050. Aumenteranno invece grandemente gli anziani-giovani
(P60-79) e i grandi anziani (P80+). Gli anziani giovani nel 2030 saranno un milione
in più rispetto al 2020; i grandi anziani nel 2050 saranno quasi il doppio rispetto
al 2020 (da un milione 600 mila a 3 milioni), il quadruplo rispetto al 2000,
quando erano solo 800 mila. Nel 2050 nel Pentagono come in tutta l’Italia gli
over-80 non saranno molti di meno rispetto agli under-20.
Questo incremento degli over-60 e degli over-80 è certamente rilevante
dal punto di vista demografico e sociale, un fenomeno che sta modificando
profondamente le popolazioni di tutti i paesi a sviluppo avanzato e di molti paesi
in via di sviluppo. Si tratta sia di invecchiamento “dal basso”, causato dall’arrivo
in quelle età delle numerose coorti nate fra gli anni Cinquanta e gli anni Settanta,
sia di invecchiamento “dall’alto” dovuto all’incremento della sopravvivenza in
età anziana. L’Istat suppone che il calo delle probabilità di morte oltre i 60 anni
prosegua anche nel prossimo trentennio, portando il Pentagono del 2050 a una
speranza di vita a 65 anni di 22,7 anni per gli uomini e di 25,9 anni per le donne
(+2,9 per gli uomini e +2,7 per le donne rispetto al 2020). Queste previsioni
suscitano
grandi inquietudini rispetto all’incremento degli anziani soli, al bisogno
di assistenza, alla “tenuta” del sistema pensionistico e sanitario. Va
tuttavia sottolineato che gli anziani dei prossimi anni saranno assai diversi
rispetto a quelli di oggi. Saranno più istruiti, più ricchi, sempre più spesso
proprietari della casa in cui vivono. Anche se avranno mediamente un numero
minore di figli, nella gran maggioranza dei casi potranno continuare a contare su
almeno un figlio residente nel vicinato.
Inoltre, quasi tutto l’incremento di anziani sarà costituito di anziani coniugati,
perché la sopravvivenza aumenterà per entrambi i sessi, e di conseguenza l’età
alla vedovanza crescerà sia per gli uomini che per le donne. Di conseguenza,
gli anziani del futuro e le loro famiglie saranno verosimilmente meglio in
grado di far fronte alla fragilità che spesso accompagna l’invecchiamento.
La sfida del welfare si giocherà specialmente nella capacità di garantire al meglio
assistenza domiciliare socio-sanitaria integrata, e nel dare sempre maggior
qualità all’assistenza domiciliare fornita dal personale domestico italiano
e straniero.
I rapporti tra generazioni
Per effetto di questi profondi cambiamenti, la relazione demografica fra le generazioni
del Pentagono, nei prossimi decenni, sarà sottoposta a una triplice
torsione. Iniziamo da due aspetti positivi.
In primo luogo, si esaurirà un fenomeno di questi ultimi decenni, eredità del
baby boom e del successivo brusco calo di fecondità e del numero delle nascite,
ossia la prevalenza all’interno della forza lavoro di lavoratori anziani rispetto ai
lavoratori giovani. Il rapporto fra popolazione in età 40-59 e in età 20-39 vale
1,49 nel 2020, ma si abbasserà a 1,24 già nel 2030, a 1,10 nel 2040.
Il mercato
del lavoro diverrà quindi più equilibrato, con i lavoratori maturi meno in
grado di rallentare il cursus honorum dei più giovani.
In secondo luogo, il ricambio del mercato del lavoro diverrà tendenzialmente
ancora più favorevole ai giovani: se oggi nel Pentagono vi sono 79 giovani di 10-
19 anni ogni 100 adulti di 60-69 anni, ve ne saranno 56 nel 2030 e 55 nel 2040.
Come abbiamo mostrato in altra sede, tuttavia, questo modo di vedere le cose
è troppo semplicistico.
Anche nel prossimo trentennio – come è accaduto in questo primo scorcio del
XXI secolo –
buona parte dei neo-pensionati lascerà un lavoro manuale o comunque
poco qualificato, mentre la massima parte degli aspiranti nuovi lavoratori
saranno diplomati o laureati. Di conseguenza, è probabile che anche
nel Pentagono dei prossimi decenni la carenza di lavoratori manuali (nelle fabbriche,
nei cantieri, nella logistica, nel commercio, nelle famiglie…), soddisfatta
spesso dall’arrivo di nuovi immigrati dal Mezzogiorno o dall’estero, coesisterà
con la disoccupazione o la sotto-occupazione dei giovani italiani, solo in parte
attenuata da offerte di lavoro provenienti dagli altri paesi a sviluppo avanzato.
Le sfide sono due: creare molti e buoni posti di lavoro per i neo-laureati e neo-
diplomati; indirizzare gli adolescenti e i giovani verso studi congruenti con i
posti di lavoro possibili.
Infine, va sottolineato un aspetto preoccupante.
I potenziali lavoratori saranno
sempre di meno rispetto alla popolazione in età non lavorativa. L’indice
di carico sociale4 stabile attorno a 0,55 nel corso dell’ultimo cinquantennio, perché
l’incremento degli anziani era bilanciato dal decremento dei giovani – salirà
a 0,63 nel 2030, balzando poi a 0,80 nel 2040 e a 0,85 nel 2040. Ciò accadrà
perché, come abbiamo mostrato, gli anziani aumenteranno, i lavoratori maturi
diminuiranno, ma il numero di giovani resterà pressoché stabile. Questi valori
dell’indice di carico sociale sono in linea con quelli italiani, un po’ più elevati di
quelli dell’Unione Europea.
Si pongono seri interrogativi sulla tenuta di sistemi
di welfare basati su patti di solidarietà intergenerazionale, dove – ad
esempio – le pensioni e le spese sanitarie degli anziani sono pagate con contributi
e tasse versate dagli attuali lavoratori, che si aspettano di ricevere lo stesso
trattamento dalle generazioni future. Come far fronte a questi cambiamenti?
Dal punto di vista demografico, poiché non è ovviamente auspicabile la diminuzione
del numeratore dell’indice di carico sociale, l’unica strada è agire sul
denominatore, favorendo l’incremento del numero di persone in età di lavoro.
Nel breve periodo, ciò può accadere solo favorendo, stabilizzando e integrando
forza lavoro proveniente dall’esterno del perimetro del Pentagono, nel lungo
periodo favorendo una stabile ripresa della natalità.
In tabella 2 riportiamo l’evoluzione prevista dell’età media della popolazione
nelle regioni e nelle provincie autonome del Pentagono nel 2020-50. Al 2020,
l’area più vecchia è il Friuli-Venezia Giulia, seguita dall’Emilia-Romagna, dal Veneto
e dalla Lombardia.
Assai più giovani sono le popolazioni delle provincie
di Trento e – specialmente – di Bolzano, che pur godendo di una sopravvivenza
simile a quella delle altre aree, negli ultimi decenni si sono contraddistinte
per una più elevata natalità, grazie a una miglior condizione economica
e a consistenti politiche pro-family. Nei prossimi decenni, secondo l’Istat,
le differenze fra le aree dovrebbero subire qualche modifica. Dappertutto, la
popolazione dovrebbe invecchiare, ma con ritmo maggiore in Veneto e in provincia
di Bolzano. Tuttavia, l’invecchiamento nel Pentagono dovrebbe essere
meno intenso rispetto alla media italiana, grazie a una più vivace dinamica migratoria
e a una fecondità leggermente più elevata.
Sono realistiche queste previsioni?
Le previsioni demografiche sull’ammontare e la distribuzione per età della popolazione
dipendono dalla effettiva realizzazione delle ipotesi sulla dinamica
demografica, ossia sulla mortalità, sulla fecondità e sulle migrazioni, e diventano
ovviamente tanto più incerte quanto più ci si allontana dal punto di partenza
(nel nostro caso la popolazione per sesso ed età all’inizio del 2018).
Queste ipotesi interagiscono con l’inerzia demografica, ossia con la struttura
per sesso ed età effettive al punto di partenza della previsione stessa. Come abbiano
accennato,
l’Istat proietta in avanti i comportamenti demografici partendo
da quelli effettivamente realizzatesi nel corso degli anni e dei decenni
precedenti, integrando le proiezioni dei trend passati con opinioni di esperti
raccolte in modo sistematico, così da poter meglio dominare l’incertezza. Ma la
dinamica demografica andrà effettivamente nella direzione prevista?
Conforta constatare che le proiezioni per il 2020 della mortalità dell’Istat
su base 2000 sono andate molto vicine nel prevedere sia l’andamento della
mortalità sia l’ammontare della popolazione anziana al 2020. Inoltre, il livello
di sopravvivenza previsto dall’Istat per l’Italia e per il Pentagono nel 2040 è
già stato raggiunto da alcuni gruppi di élite negli anni Dieci del XXI secolo, e negli
ultimi 300 anni – con poche eccezioni – la massa ha poi raggiunto la sopravvivenza
prima vissuta dalle élite, a mano a mano che i comportamenti più salutistici,
lo sviluppo economico e le pratiche sanitarie più avanzate si sono diffuse
in tutta la popolazione. Di conseguenza, tutto fa pensare – a meno di catastrofi
sanitarie – che l’incremento del numero di anziani previsto per i prossimi decenni
si realizzerà. Anzi, tale incremento potrebbe essere ancora maggiore, se
la lotta contro alcune malattie progredirà più rapidamente di quanto oggi sia
lecito supporre.
Più difficile è prevedere ciò che accadrà alla fecondità. Come abbiamo visto,
l’Istat prevede da qui al 2050 una crescita moderata, avvicinandosi in questo
alle proiezioni delle Nazioni Unite per l’Italia e per l’Europa meridionale. Prevedere
la fecondità vuol dire cercare di leggere la sfera di cristallo, perché il suo
livello, nelle società fortemente intermediate dal welfare, dipende moltissimo
anche dalle misure messe in atto a favore delle famiglie con figli e della conciliazione
fra tempi di cura e tempi di lavoro. Ad esempio la Germania, mettendo in
atto due robuste misure a favore delle famiglie con figli – ossia l’assegno unico
(kindergeld) e i nidi o le tagesmutter a buon mercato – ha spinto la sua fecondità
da 1,3 a 1,6 figli per donna fra il 2010 e il 2018, lo stesso incremento che Istat
prevede per il Pentagono e per l’Italia nel prossimo trentennio.
Anche
le migrazioni dipendono molto dalla politica, ma nell’Italia del 1990-
2020 sono dipese
ancor più dalle modalità quantitative e qualitative dello
sviluppo economico. Come già accennato, viste le modalità di ricambio del
mercato del lavoro autoctono, profondamente squilibrato fra uscite di lavoratori
manuali e ingressi di nuovi diplomati, vista la perdurante vocazione manifatturiera
del Pentagono, e visto anche l’aumento del numero dei grandi anziani, che
spingerà verso l’alto la domanda di lavoro domestico, nei prossimi anni il saldo
migratorio previsto dall’Istat per il Pentagono (attorno a +4‰, un saldo positivo
di 80-100 mila stranieri iscritti all’anagrafe ogni anno) potrebbe effettivamente
realizzarsi, o essere addirittura più elevato. Anche perché centinaia di migliaia
di stranieri irregolari già vivono e lavorano in Italia e prima o poi saranno regolarizzati.
Va infine detto che gran parte dei risultati delle proiezioni dipendono in modo
deterministico da ammontare e struttura della popolazione al momento dell’inizio
delle previsioni. Osservando ad esempio figura 1, la forte “onda” del baby
boom è osservabile a 20-39 anni nel 2000, a 40-59 anni nel 2020, a 60-79 anni
nel 2040, determinando ogni volta il massimo assoluto della distribuzione.
Queste numerose coorti hanno sorretto la natalità a inizio secolo, mentre le
nascite del 2020-50 saranno inevitabilmente spinte verso il basso dall’arrivo in
età fertile delle coorti molto meno numerose nate nel 1980-2020.
Siamo quindi abbastanza confidenti sulla realizzabilità delle proiezioni
Istat per il Pentagono per il prossimo trentennio. Speriamo che questo non
accada per la fecondità che – per il bene dell’Italia e delle coppie italiane, che ora
hanno meno figli rispetto a quelli che desiderano – ci auguriamo riprenda assai
più rapidamente rispetto a quanto ipotizzato. Ma anche se questo si realizzasse,
il quadro generale non muterebbe di molto anzi – a dire il vero – l’indice di carico
sociale potrebbe crescere ancor più rapidamente.
Conclusioni
Nel prossimo trentennio la popolazione del Pentagono dovrebbe diminuire
solo lievemente. Tuttavia, come verosimilmente accadrà in tutti i paesi a sviluppo
avanzato, anche nel Pentagono questa apparente stabilità nasconderà profonde
modifiche strutturali. Nei prossimi tre decenni aumenterà rapidamente
il numero degli anziani e dei grandi anziani, mentre diminuiranno le persone in
età lavorativa. Tuttavia,
è molto probabile che questo invecchiamento venga
in parte mitigato dalla persistenza di un saldo migratorio positivo, dovuto
all’attrazione determinata dalla carenza di lavoratori manuali. Non a caso, l’Istat
prevede che nel Pentagono, la zona più ricca e dinamica del paese, nei prossimi
decenni l’invecchiamento sia meno intenso rispetto alla media nazionale, anche
se i tassi di sopravvivenza dovrebbero essere simili a quelli dell’Italia nel suo
complesso.
La vera, grande incognita è quella della fecondità. Se resterà sui bassi livelli
degli ultimi 40 anni, tutto il nostro sistema di welfare sarà minacciato, a meno di
non immaginare saldi migratori doppi o tripli rispetto a quelli previsti dall’Istat.
Saldi di questo tipo si sono effettivamente realizzati nel corso degli anni Dieci
del XXI secolo, ma la riduzione dell’ultimo decennio suggerisce che difficilmente
i problemi della demografia italiana potranno essere risolti integralmente
dall’esterno. Si notano ora alcuni segnali di cambiamento: il Parlamento italiano
si avvia ad approvare una legge sull’assegno unico per i figli assai simile a quella
tedesca, e numerose azioni di conciliazione fra lavoro di cura e lavoro per il mercato
vengono effettivamente intraprese, a livello sia statale che locale. Anche
queste misure andrebbero intensificate, per riequilibrare una struttura per età
altrimenti difficile da sostenere nei decenni futuri.